LA GENESI DELLE NOSTRE CANZONI

 

 

1975-1977 M'innamorai Tu, ca nun chiagne Vai Miele
1977-1980 Concerto in La Minore Tu, tu, tu

 

M’innamorai:

“Era l’inizio dell’anno 1975, noi ci esibivamo ancora al locale Shaker di Napoli con un nome del tutto temporaneo. Luciano era da poco scampato al servizio militare per esuberanza di leva, praticamente un miracolo. Totò Savio, il nostro produttore assieme a Giancarlo Bigazzi, ci fece ascoltare il brano al pianoforte, ancora in fase embrionale. Ci emozionò terribilmente dal primissimo istante, ma all’epoca non sospettavamo che avessimo fra le mani un successo di proporzioni mastodontiche. Per noi era solo un bel brano da realizzare nel migliore dei modi, non pensavamo alle conseguenze. Ci rifugiammo tutti e quattro allo Shaker di pomeriggio, e cominciammo a curare gli arrangiamenti e a “tirare fuori” dalla nostra testa le idee più disparate. Con Totò venne in seguito la trovata delle campane iniziali, mutuata da Tubular Bells di Mike Oldfield, un disco che avevamo ascoltato assieme a lui. Giunti al grande giorno delle registrazioni, il 21 febbraio del 1975, arrivammo all’Ortophonic di Roma. Gli unici ad aver bazzicato gli studi professionistici in passato erano stati Gianni e Andrea, per il resto della band era la primissima volta. Incidere la base fu un processo molto spontaneo, sebbene avemmo bisogno di Totò con la sua chitarra acustica per mantenere un tempo costante, da “studio”. Luciano, per la paura e la grossa emozione, cantò a bocca quasi chiusa, mentre dall’altra parte del vetro c’erano Savio e Bigazzi, Alfredo Cerruti, Caterina Caselli ed il marito Piero Sugar, grandi leggende della discografia italiana. Totò stoppò la registrazione e con dolcezza esclamò: “bravissimo Luciano, bravissimo… ma ora apri di più la bocca che registriamo di nuovo”, e così fu. Suonammo e cantammo la canzone nuda e cruda, con l’energia grezza dei nostri esordi, e tornammo a casa. Eravamo soddisfatti, ma non potevamo sospettare cosa Totò stesse combinando. Dopo mesi, ci giunse il singolo pronto, con il missaggio impeccabile, gli effetti sui nostri strumenti, l’orchestra, le voci femminili delle Baba Yaga. Ci guardammo scioccati… era tutto magico che dovevamo darci i pizzicotti per capire se stesse succedendo davvero. Ed ecco come nacque il Giardino dei Semplici. Qualche tempo dopo, Totò partì per annunciare in una rassegna stampa la partecipazione del complesso al Festivalbar, accompagnato da Luciano e Gianni quali “ambasciatori” della band. Sull’aereo per Milano, Totò e Gianni finsero che stesse avvenendo un’avaria durante la fase di decollo, ed il povero Luciano cominciò a gridare come un ossesso, per il divertimento goliardico dei due e lo sbigottimento degli altri passeggeri! In conclusione, M’innamorai fu un trionfo oltre ogni più rosea aspettativa. Neanche un anno prima, eravamo sparsi per Napoli, non ci conoscevamo fra di noi e non suonavamo insieme. Era tutto un sogno, ma lungi da noi l’idea che sarebbe durato quarant’anni.”

Tu, ca nun chiagne:

tu can nun chiagne 1975-2-cop“Provenivamo dal grande successo di M’innamorai e da Festivalbar, ormai eravamo star (senza neanche cercarlo) ed il successivo step – proposto dai vertici mentre registravamo il disco d’esordio – era quello di rimodellare a nostro piacimento, in chiave rock, un classico partenopeo. La canzone avrebbe accompagnato un ciclo di film di Francesco Rosi in onda sulla Rai. Decidemmo per Tu, ca nun chiagne, che Andrea aveva ascoltato su un album di Massimo Ranieri. Ma c’era un piccolo problema, a Gianfranco non piaceva il pensiero di cantare in napoletano, aveva paura che la gente ci avrebbe scambiato per una situazione classica, per qualcosa di vecchio. Il suo rifiuto per la canzone era quasi categorico. Gli spiegammo che non aveva nulla da temere, sarebbe stata una rielaborazione moderna, sofisticata, con chitarra elettrica, tastiere, un’impalcatura ritmica fresca. Ironicamente, anni dopo, lui sarebbe divenuto il principale promotore in seno al gruppo della musica classica napoletana, al punto da suggerirci di registrare molti dischi in vernacolo (ben quattro albums del nostro catalogo). In ogni caso, assieme a Totò discutemmo dell’arrangiamento, e ad Andrea venne l’intuizione di partire solo con i falsetti, senza musica, come avveniva in una vecchia versione di Voce ‘e notte di Peppino Di Capri. Totò scrisse la stupenda rielaborazione centrale (suonata da sintetizzatori e chitarra), e ne snellì la stesura eliminando gli accordi troppo complicati e “tristi”. Registrammo la canzone, non sapendo che avremmo venduto 1 milione di copie e che saremmo stati catapultati nell’olimpo… beata innocenza! Ripetemmo l’esperimento con Angela (disco d’esordio e b-side della futura Miele) e ottenemmo un sound ancora più unico. In quel caso, avemmo tutti e quattro un’altra delle nostre “strane pensate”. Collegammo l’amplificatore della chitarra alla parte superiore di un Leslie Speaker, privo però della camera inferiore. Il risultato fu una distorsione di chitarra inusuale, che caratterizzò fortemente i primi 20 secondi. Decidemmo di farla cantare interamente a Luciano che, con la sua voce calda e pastosa, era perfetto sia per la “napoletanità” che per la rinascita stilistica della nostra versione. L’intera traccia costituì un “paradigma” per Il Giardino dei Semplici, eravamo particolari, ci distinguevamo e il pubblico lo avvertiva. Entrambi i brani hanno ancora oggi un impatto live innegabile, in concerto sono sempre una bomba.”

Vai:

“Originariamente, Luciano avrebbe dovuto cantare la prima strofa, ma fu spostato alla seconda perché Totò sosteneva che lui era il bel tenebroso della band, e cioè… “tu lo sai/parlare il mio forte/non è stato mai/ma ti ho difeso a morte/con gli amici miei”. Un altro motivo fu che così si sarebbe rispettata la crescita del brano. Registrammo Vai ed il retro, Tamburino, in una sola session allo studio di Claudio Mattone, fino a notte fonda. Il brano uscì sul mercato forse troppo presto, avremmo dovuto aspettare e lasciar fermentare il fenomeno dei primi singoli ed il disco di debutto. In ogni caso, fu un episodio musicale molto atmosferico ed apprezzato che andò poi ad impreziosire il secondo disco, Le Favole. Il nostro sound si era fatto anche più incisivo, avevamo spinto Gianfranco a lavorare di più con la chitarra elettrica piuttosto che con la classica. Il 45 giri vendette bene ma soprattutto “distrusse” i juke-box dell’epoca a furia di ascolti.”

Miele:

miele1977-1-copVai non era stato il successo che avremmo voluto, sebbene ebbe grande risonanza e, grazie ad esso, facemmo Festivalbar’76. Il 5 febbraio 1977, di ritorno da un nostro concerto, fummo protagonisti di un incidente stradale a dir poco spaventoso, che costò a Gianfranco l’uso del braccio sinistro per circa un anno. Il nostro “fratellino” era in ospedale, e noi eravamo un po’ confusi riguardo il futuro immediato della band. Ci voleva qualcosa di forte per smuovere le acque, e Bigazzi e Savio tirarono fuori dal cilindro questa bellissima e romantica canzone per partecipare a Sanremo giusto un mese dopo. Privi di Gianfranco (a cui tra l’altro Miele non piaceva), la elaborammo e la registrammo, dunque Luciano la cantò interamente, quale unica voce solista. Il risultato fu galvanizzante, ma noi non eravamo felici, mancava uno di noi e il concetto era quanto di più contrario ci fosse al nostro straordinario spirito di gruppo, la nostra fratellanza. Intanto, la casa discografica stampava una rosa di 5.000 copie con la versione voce singola, ignara del nostro subbuglio interiore. Ci tormentammo per giorni con un’unica domanda schiacciante: cosa facciamo ora? Decidemmo allora di compiere una pazzia. Andammo a prelevare in maniera piuttosto “coatta” Gianfranco dall’ospedale, firmando e assumendoci noi la piena responsabilità con i medici (e la legge) se fosse successo qualcosa di grave. Cose come queste le fai solo a vent’anni! Lo portammo in studio a Roma, gli facemmo cantare alcune parti soliste (“Miele/era il colore/dei nostri corpi…”), nonostante l’impedimento del gesso, e lo riportammo in clinica con la paura in corpo. Soltanto quando questo avvenne, Miele la sentimmo veramente “nostra”, un prodotto del gruppo ma soprattutto una piccola “opera” che rispettasse il cuore de Il Giardino dei Semplici, la nostra unione spirituale e morale: tutti per uno, uno per tutti, a qualsiasi costo. Gianfranco fece Sanremo con una veste dorata studiata ad hoc per coprire il gesso, mentre Totò dietro di noi suonava la chitarra elettrica, come del resto era avvenuto anche in studio. Fu strano e surreale, ma funzionò alla grande. Miele fu un successo colossale, ed il giorno dopo non potemmo camminare per le strade di Sanremo che subito venimmo assaliti da fans in delirio che già avevano comprato il 45 giri!” 

 

Concerto in la minore (dedicato a lei):

Le Favole del Giardino si orientò verso una nuova dimensione, differente da quella del primo album. La musica si era fatta più dolce, basata sulle armonie, sul mellotron e sulle nostre voci lanciate in nuovi impasti e combinazioni. Il tour del 1977 in supporto de Le Favole andò incredibilmente bene, e per il problema del braccio di Gianfranco utilizzammo un chitarrista di supporto. Giungemmo al 1978. Avevamo avuto tutto in poco tempo. In soli tre anni, da sconosciuto gruppetto che suonava allo Shaker, eravamo diventati una band di successo con un Sanremo, un Telegatto, due Festivalbar, milioni di dischi venduti e tonnellate di esibizioni live in tutto lo stivale. Eravamo gli idoli dei teenagers ed uno dei gruppi di punta dell'intero movimento dei complessi italiani. Dovevamo adesso capire cosa fare. Gianni e Gianfranco avevano scritto un brano, Concerto in La Minore (dedicato a lei), per un giovane cantante in erba che volevano produrre. Il brano, solo voce e piano, sembrava a tutti molto lento, motivo per cui non riscontrava consensi in discografia. Totò lo ascoltò, e ne scrisse delle parti sinfoniche mozzafiato. Noi lo cantammo e suonammo come gruppo e, combinati a questa trionfale ed imponente orchestra, ne venne fuori un gioiello. Parallelamente, però, stavamo anche lavorando ad un'altra canzone, Dopo un rock’n’roll, le cui potenzialità commerciali erano pressoché illimitate. Era fresca, adrenalinica, e potevamo dare ampio spazio ai nostri talenti vocali e strumentali. La canzone era scritta dal duo Bigazzi-Savio, come tutti i nostri grandi successi. Noi della band alla fine scegliemmo Concerto quale singolo di punta, e Rock’n’roll retrocedè al b-side. Luciano Tallarini confezionò una copertina misteriosa ed affascinante per il 45 giri. Un aneddoto che ancora oggi ci fa sorridere, in vista del Festivalbar ’78, l’allora promoter della Fonit Cetra Elio Cipri ci suggerì di puntare su Rock’n’roll e - trovata un po’ stramba - presentarci sul palco in bicicletta, con dei cappellini gialli e degli ombrelli colorati in mano! Senza bici e ombrelli, Concerto ci traghettò comunque al Festivalbar. Riscosse enormi consensi, e andò fortissimo nei juke-box di tutta Italia. Con il tempo, grazie anche alla sua inclusione nella nostra scaletta dal vivo, divenne un classico. Forti di questo risultato, decidemmo di separarci per sempre dai nostri produttori e dalla nostra casa discografica di allora, la CGD. Fu una scelta sofferta, alcuni di noi volevano, altri erano meno convinti. L’idea generale era quella di divenire autonomi, di scrivere completamente noi i brani, di seguire le nuove tendenze. La verità nuda e cruda era che tutti e quattro eravamo giovani e ribelli, forse troppo sognatori. Mentre ci schiarivamo le idee, ci imbarcammo in un fruttuoso tour tra Italia, America e Canada, dove qualcuno fra noi dovette vincere la paura di volare (non Luciano, questa volta… ma Gianfranco!). Ora sapete perché la nostra band non si è recata molto all’estero, nonostante fosse ambita da tutti gli impresari italofili sparsi per il mondo…" 

Tu, tu, tu:

“Sul finire del 1978, abbandonammo a malincuore il nostro intento di “tradurre” in napoletano i successi dei Beatles, proprio come qualche anno prima avevamo rinunciato a realizzare un album di canzoni napoletane antiche “rockerizzate”, causa l’incidente di Gianfranco. Intanto, cercavamo una nuova casa discografica. La WEA (Warner bros) ci volle e ci supportò nel nostro intento di dare vita ad un album in vernacolo, però energico ed attuale: B/N (Bianco e Nero). In questo periodo di transizione sperimentammo da soli la bellezza di uno studio di registrazione, nel quale realizzammo alcuni provini, senza l'aiuto di nessuno, che avrebbero poi fatto parte del lavoro. Rivedemmo le famosissime La Palummella e Munasterio ‘e Santa Chiara, dunque incidemmo la versione demo di Silvie, dove Luciano diede input fondamentali per la stesura del testo, che affondava realmente in uno spaccato della città in bianco e nero. Nacquero anche: Tu, tu, tu, un brano battistiano che ci entusiasmava; Ricuordate, scavato nelle malinconie musicali di Gianfranco, e Pe' tte, che Gianni volle fortemente per parlare "in canzone" di una sua esperienza di vita. Queste sessions rinnovarono ancora una volta la nostra alchimia, ed improvvisamente questo disco coraggioso divenne realtà. Incontrammo il maestro Claudio Cavallaro, "Mr. Eternità", che si offrì di diventare il nostro produttore in quest’avventura; Vince Tempera ne divenne l'arrangiatore. Con loro, spingemmo al massimo le nostre abilità vocali, le ugole di Luciano e Andrea esplosero. Il risultato fu un disco interessante e potente, con degli splendidi episodi, forse troppo tecnico e lontano dai nostri ascoltatori. Le vendite furono più che dignitose, ma il grande pubblico dimostrò comunque di non essere interessato a questa versione “anabolizzata” del Giardino dei Semplici. Il tour di B/N fu d’altro canto un successo schiacciante. Sfoderammo anche le nostre doti sceniche e coreografiche, inventandoci i costumi e la mascherona di Pulcinella. Non lo sapevamo, ma per la nostra band si stava chiudendo un’era e ne stava per cominciare un’altra, inaugurata dall’entrata in squadra del nostro fratello rullatamburi Tommy Esposito."

 

TO BE CONTINUED…